Rivista AIAF - Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minoriISSN 2240-7243 / EISSN 2704-6508
G. Giappichelli Editore

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Famiglie di fatto in Italia: un quadro demografico (di Alessandra De Rose (Professore ordinario di Demografia, Sapienza Università di Roma))


SOMMARIO:

1. Cambiamenti recenti nei modelli di formazione della famiglia - 2. Le unioni di fatto in Italia: evidenze empiriche - 3. I figli delle convivenze - 4. Un approfondimento: le famiglie omosessuali - 5. Conclusioni - NOTE


1. Cambiamenti recenti nei modelli di formazione della famiglia

«Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia» [1]. In particolare, osserviamo come nel mondo occidentale e soprattutto nel Vecchio Continente, la formazione della famiglia risulti sempre meno legata all’istituto matrimoniale. Infatti, se fino alla metà del secolo scorso il matrimonio, definito come la sanzione del legame affettivo e sessuale tra un uomo e una donna, è stato la modalità prevalente di vita di coppia e l’atto fondante della quasi totalità dei nuclei familiari, agli albori del XXI secolo non è più necessario sposarsi per dar vita ad una nuova famiglia. Impressionanti si sono rivelati anche gli sviluppi nelle forme legali. In alcuni Paesi (come Paesi Bassi, Francia, Regno Unito) sia single che partner dello stesso sesso, possono procedere all’adozione di un bambino in assenza di vincolo coniugale. È evidente, pertanto, che le tipologie familiari “tradizionali” hanno perso la loro forza vincolante, ma ciò non testimonia una disaffezione assoluta al matrimonio o una minaccia alla tradizione. Si sta piuttosto assistendo alla diffusione di nuove opzioni nei modi di costituzione di una famiglia, primo tra tutti la libera convivenza. La diffusione delle unioni di fatto è stata favorita negli anni ’70 da una serie di fattori. La teoria della “seconda transizione demografica” [2] pone l’accento sull’importanza dell’aumento dell’au­tonomia individuale in campo etico, religioso e politico. Il secolarismo, i movimenti di emancipazione, il diffondersi dei valori post-materialisti, lo scetticismo verso le istituzioni, l’insoffe­renza verso i condizionamenti esterni nelle scelte relative alla vita privata, sono aspetti che spin­gerebbero gli individui a ribellarsi alle convenzioni per poter scegliere liberamente come condurre la propria esistenza. La teoria della new home economics [3] pone, invece, in relazione la diffusione della convivenza con la crescita dello status socio-economico femminile. Secondo Becker la maggiore indipendenza economica delle donne sarebbe tra i principali fattori della diminuzione della propensione a sposarsi e ad avere figli. Entrambe le teorie forniscono [continua ..]


2. Le unioni di fatto in Italia: evidenze empiriche

Alla luce del quadro sociologico prima illustrato, vediamo ora le dimensioni e le caratteristiche del fenomeno delle unioni di fatto in Italia. Come accennato in precedenza, le rilevazioni Istat dagli anni ’90 ad oggi confermano un aumento costante, seppure in misura ridotta, delle libere unioni tra celibi e nubili. Nel 1998 erano 148mila e rappresentavano circa l’1% del totale delle coppie italiane; dieci anni più tardi, nel 2008-2009, ammontavano a 820mila, pari al 5,5% del totale. La modesta entità dell’incremento spiega perché in Italia le convivenze prematrimoniali siano considerate un fenomeno di scarso rilievo, di lenta e difficile affermazione, rispetto ai livelli raggiunti in altri paesi europei. Negli anni successivi si nota tuttavia un’accelerazione: dai dati dell’ultimo Censimento generale sulla popolazione del 2011 risulta che le convivenze non coniugali sono salite a 1.242 mila pari all’8,9% del totale delle coppie. La percentuale più elevata di unioni di fatto si concentra nel Nord-est del Paese con l’11,4%, a seguire il Nord-ovest con il 10,8%. Al Sud e nelle Isole il fenomeno è ancora scarsamente diffuso (rispettivamente 5,23% e 6,34%); tuttavia, rispetto alla precedente tornata censuaria, l’incremento in questa ripartizione geografica (+ 4,3% per le Isole e + 3,6% per il Sud) è notevolmente superiore alla media, segno di una progressiva convergenza dei modelli familiari (Grafico 2). Grafico 2. – Percentuale di coppie non coniugate per ripartizione geografica – Censimento 2001 e 2011     Un approfondimento con dati di indagine campionaria sempre di fonte Istat mostra che le due tipologie di unione, coniugata e non coniugata, presentano caratteristiche strutturali diverse sebbene le differenze si stiano rapidamente riducendo [13]. In particolare, nel 2012, a parità di età della donna (tra 15 e 34 anni) i partner con titolo di studio universitario sono più frequenti tra le unioni libere che tra le coppie coniugate: il 19,4% delle donne e il 14,1% degli uomini che vivono more uxorio sono laureati (contro il 16 e il 10,5% delle coniugate e dei coniugati). Differenze ancora più significative si colgono con riferimento alla partecipazione al mercato del lavoro dal momento che le giovani donne in coppia non sposate sono più spesso occupate [continua ..]


3. I figli delle convivenze

Le unioni di fatto sono meno prolifiche dei matrimoni. Diversamente da quanto accaduto nei paesi dell’Europa settentrionale come la Svezia dove già all’inizio degli anni ’90 il numero delle nascite da genitori non sposati ha superato quello delle nascite all’interno delle unioni coniugali, in Italia la quota di nascite extra-nuziale è invece rimasta sotto il 10% fino alla fine del XX secolo. Tuttavia, il peso dei nati da genitori non coniugati è in costante aumento: nel 2012, a distanza di poco più di un decennio, sono aumentati di due volte e mezza e ammontano a oltre 132 mila (quasi il 25% del totale). Dai dati dell’indagine campionaria sulle nascite e sulle madri, condotta dall’Istat nel 2012, emerge che la maggior parte delle nascite fuori dal matrimonio sono di figli primogeniti, mentre le nascite di ordine superiore avvengono ancora all’interno di un’unio­ne coniugale. Questo aspetto si spiega, evidentemente, con le regolarizzazioni dei legami di cop­pia che avvengono dopo la nascita del primo figlio [14]. I dati del Censimento 2011 mostrano chiaramente che tra le coppie di conviventi celibi e nubili, la percentuale di chi non ha alcun figlio o un figlio soltanto è decisamente maggiore rispetto alle coppie coniugate (Grafico 3). Grafico 3. – Coppie coniugate e non coniugate per numero di figli – Censimento 2011       Nelle unioni informali, infatti, il 46,4% è senza prole, nelle coppie legate da vincolo matrimoniale la percentuale scende al 36,5%. In quest’ultima tipologia di coppia non si riscontra una sostanziale differenza in termini percentuali tra la presenza di uno o due figli (rispettivamente 29,49% e 27,16%), mentre nelle coppie di conviventi, la scelta del figlio unico è decisamente prevalente. Interessante notare che le famiglie di fatto sono più prolifiche nel Meridione d’Italia, dove pure sono meno diffuse, piuttosto che al Nord, secondo un modello di fecondità tradizionale (Grafico 4). Grafico 4. – Percentuale di coppie non coniugate per ripartizione geografica e numero di figli – Censimento 2011    


4. Un approfondimento: le famiglie omosessuali

Nel corso del Censimento 2011 sono state rilevate 7.513 coppie formate da partner dello stesso sesso, ma il dato è presumibilmente sottostimato perché raccoglie solo quelle persone che hanno scelto di dichiarare la loro relazione affettiva e la loro convivenza. La maggioranza delle coppie omosessuali che si sono dichiarate è concentrata nell’Italia settentrionale e in particolare nel Nord-ovest, dove vive il 41,7% di esse. Il tema delle famiglie fondate su coppie omosessuali è delicato e ancora mal si presta, evidentemente, alla rilevazione censuaria. Informazioni più specifiche sulle unioni omosessuali provengono da altre fonti di dati: un sondaggio effettuato da Barbagli e Colombo (2001) [15] e l’in­dagine chiamata “Modidi” condotta da Arcigay e Istituto Superiore di Sanità [16]. L’indagine più recente, promossa da Arcigay nel 2005 con il sostegno dell’Istituto Superiore di Sanità, si è basata su un campione di 6.774 individui. Pur essendo stata focalizzata prevalentemente sulla salute, sul comportamento sessuale sicuro e sulla percezione/prevenzione della sindrome da HIV tra gli omosessuali, l’indagine fornisce alcuni spunti interessanti sulle condizioni di vita di gay e lesbiche in Italia per quanto riguarda la formazione della famiglia e la procreazione. L’8,1% dei gay e il 10,5% delle lesbiche hanno indicato di essere sposati o di esserlo stati nella loro vita. La maggior parte delle donne (60,7%) e il 45,7% degli uomini hanno indicato di essere in un rapporto stabile. Il 5% del campione intervistato, sia maschile che femminile, dichiara di avere avuto figli. Nella classe di età più elevata (over 40) la percentuale cresce notevolmente (26% per le lesbiche e 18% per i gay). La maggior parte ha avuto figli naturali da precedenti (o in corso) unioni eterosessuali. Il desiderio di avere figli è molto pronunciato tra le coppie di conviventi e tra i più giovani e tutti i mezzi possibili per ottenere lo scopo sono presi in considerazione: tra le lesbiche, per esempio, il 40% ricorrerebbe all’inseminazione artificiale, il 20% all’adozione, il 12% ad una relazione eterosessuale. Se accanto ai pochi dati statistici disponibili su questa tipologia di famiglia si utilizzano anche approfondimenti di tipo qualitativo, quali gli studi di caso condotti su singoli casi [continua ..]


5. Conclusioni

Le famiglie di fatto in Italia sono una realtà in crescita anche se la loro numerosità resta molto al di sotto di quelle fondate sul matrimonio. All’aumentare della loro diffusione aumenta anche la loro “somiglianza” con le famiglie tradizionali. E non è solo la scelta della maternità e della paternità ad assimilare oggi coniugati e non coniugati. Recenti studi, mostrano, infatti, che le coppie conviventi sono sempre più simili alle coppie sposate anche da un punto di vista della routine quotidiana: entrambe condividono l’acquisto di una abitazione, mettono in comune il loro reddito e prendono decisioni attraverso una continua interazione e negoziazione tra i partner [18]. Le similitudini si riscontrano inoltre in termini di soddisfazione del tipo di legame, difatti oggi i conviventi italiani non sono meno soddisfatti delle loro relazioni familiari rispetto a chi ha scelto il matrimonio. Grosse differenze permangono, invece, su diritti e doveri delle coppie di fatto di fronte alla legge ed il discorso si fa ancora più serio per le unioni omosessuali a cui, in Italia, è ancora negato l’accesso ad ogni forma di riconoscimento giuridico. Sino ad oggi la evidente maggiore debolezza del legame di fatto rispetto a quello sancito dal matrimonio fa si che quest’ultimo venga preferito come scelta familiare anche da quanti non si riconoscono nel pensiero dominante della società a sua volta ancora fortemente condizionato dalla morale cattolica. Un sondaggio di opinione Eurispes del 2009 [19] mostra che un numero crescente di italiani è favorevole oltre che alla convivenza more uxorio anche al riconoscimento legale delle unioni omosessuali (58,9% rispetto al 28% nel 2006), e il 19% approva che le coppie dello stesso sesso abbiano o adottino un bambino. Come spesso accade, la società precede e anticipa le istituzioni e la legislazione, accettando di fatto ciò che lo Stato ancora non riconosce formalmente: come noto attualmente, mentre si scrive, la situazione è al centro del dibattito politico.


NOTE