Rivista AIAF - Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minoriISSN 2240-7243 / EISSN 2704-6508
G. Giappichelli Editore

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L'incontro psicogiuridico nella idoneità all'adozione: l'approccio sistemico relazionale (di Giancarlo Francini (Psicologo psicoterapeuta, mediatore familiare AIMS; Presidente Associazione Nazionale Co.Me.Te.) Carlotta Di Girolamo (Psicologa, psicoterapeuta, mediatrice familiare AIMS; Servizio In...Con...Tra... Affido e Adozione))


Questo intervento vuole riassumere la nostra esperienza e ricerca come psicologi e psicoterapeuti del Centro Co.Me.Te. (Consulenza Mediazione Terapia) di Firenze coinvolti negli interventi sulle famiglie, al quale hanno collaborato anche altri Centri Co.Me.Te. del Territorio.

All’interno di questa esperienza si è sviluppata anche la riflessione sull’adozione sia dal punto di vista della selezione delle coppie che chiedono l’idoneità, sia in ambito di CTU predisposta dalla Magistratura, sia in ambito clinico nella terapia familiare (e non solo), sia con famiglie adottive.

Questo articolo dunque vuole presentare la metodologia applicata nella valutazione delle coppie che hanno fatto richiesta di idoneità all’adozione (ma anche nelle CTU in caso di controversie o opposizioni al decreto del Tribunale per i Minorenni.

SOMMARIO:

1. La valutazione - 2. Giustizia e Verità - 3. L’immagine della famiglia ed il suo uso diagnostico e clinico - 4. La storia della famiglia adottante come processo di costruzione di un’identità familiare - 5. L’immagine della famiglia adottante come esperienza di costruzione di un ‘prima’ che attende il ‘dopo’ per completarsi - 6. La genitorialità adottiva - 7. La valutazione ed i criteri predittivi - 8. L’immagine della famiglia nel percorso della nostra esperienza - 9. Conclusioni - NOTE


1. La valutazione

Gli interventi di valutazione non sono mai, come sappiamo, dei semplici processi osservativi, ma sono possibili solo all’interno di un processo di reciprocità che vada a costituire il fulcro stesso della relazione. La valutazione non è mai disgiunta dall’analisi della propria emotività e dall’analisi degli echi che l’altro suscita in noi, e quindi si avvale proprio della domanda esplicitata che sorge nell’osservatore e sulla quale l’osservato può riflettere e, di fatto, ri-guardare e ri-vedere la propria storia. La genitorialità è un campo di indagine piuttosto vasto dove la magistratura chiede l’intervento dell’esperto, e in cui è necessario dover distinguere gli ambiti in cui si colloca la valutazione, dovendo applicare strumenti e tecniche di ricerca ad hoc a seconda che si debbano valutare le competenze genitoriali in nuclei separati, o in nuclei multiproblematici per una possibile decadenza della responsabilità genitoriale, o nelle idoneità alla adozione. La CTU è sempre un intervento clinico di valutazione che ha una valenza giuridica, di per sé, quindi è il luogo d’incontro tra scienze psicologiche e scienze giuridiche che negli ultimi 20 anni hanno cercato di dialogare maggiormente, per trovare sempre più spazi di condivisione e connessione pur avendo scopi e presupposti diversi.


2. Giustizia e Verità

Ogni indagine e ogni processo hanno inevitabilmente il compito di affrontare il problema della “VERITÀ”. Cosa essa sia e che natura abbia è materia filosofica complicatissima, ma le vicende umane a essa collegate sono concretissime e dolorosissime. Potremmo teoricamente disinteressarci di tutta la questione epistemologica, ma non possiamo non interessarci alle vicende umane, non tanto per buonismo o pietismo ma per la responsabilità professionale e/o di ruolo (consulente, avvocato, giudice), che ognuno di noi ha. Dal punto di vista giuridico è dibattuto cosa sia la Verità e se, non tanto il compito quanto l’esito del Giudizio, la rappresenti davvero. Se da una parte la Verità Totale è quasi sempre irraggiungibile, è spesso possibile avvicinarsi ad essa, ma altre volte sappiamo che essa rimane nell’ombra e non si fa neanche intravedere. Compito della Giustizia, con la sua bilancia in una mano e la spada nell’altra, è quello di fermare chi arreca danno e al contempo garantire, con equilibrio e misura, giustizia a tutti i protagonisti coinvolti nelle vicende di cui si occupa. Compito arduo se premettiamo che la Verità sia solo avvicinabile e non raggiungibile. Come fare, come muoversi in questa dicotomia, in questa “palude”? Non abbiamo scelta: dobbiamo intraprendere la strada del contraddittorio e del dibattito tra le parti, in maniera che i punti di vista sulla vicenda possano moltiplicarsi e la visuale di ciascuno allargarsi. In fondo, le regole fondamentali per l’accertamento dei fatti sono la verifica delle prove e la controverifica per la traccia opposta: questo è vero anche per l’analisi delle motivazioni psicologiche. Sottoporre le prove, come pure le nostre ipotesi o le nostre convinzioni, a un’ulteriore prova o ad un’analisi che possa fugare i dubbi è cosa che, lungi dal ritardare, aumenta la conoscenza e permette, di fatto, di avvicinarsi a quella “Verità” cui tutti aspirano. Se non altro, la conoscenza ci permetterà di dare risposta al bisogno di sentirsi riconosciuti che, chi è accusato e chi accusa, porta con sé. Il bisogno di essere riconosciuti nella vicenda, nella propria storia, e nella storia dell’intreccio con l’altro, implica la necessità di non essere ridotti a un magma indefinibile e banale. Allora definire pian piano [continua ..]


3. L’immagine della famiglia ed il suo uso diagnostico e clinico

La scelta di usare immagini e produrre immagini, in psicoterapia, nasce molto tempo fa, e ne siamo grati a Rodolfo de Bernart che in questi anni ci ha lavorato con passione e ne ha dato una sistematizzazione e anche uno sviluppo. L’uso delle immagini rimanda alla possibilità di lavorare con il vissuto che le persone portano con sé e con la loro storia al di là delle parole. Il poter trasmettere la loro rappresentazione rispetto alla famiglia o alla coppia o alla genitorialità, consente agli altri (operatori certo, ma anche al coniuge o al familiare presente, di leggere ciò che nell’interazione resta non detto o non spiegabile o che non riesce ad esprimere. Di fatto poi le immagini restano nella relazione che si costruisce in quel contesto terapeutico o valutativo o più in generale dell’intervento, e diventano esse stesse metafore che rimbalzano nel colloquio tra i coniugi e tra loro e gli operatori. In questo senso l’immagine, una volta che la si è potuta ri-guardare nella relazione che si viene a creare durante l’intervento, è un’immagine nuova anche per chi l’ha prodotta, si è arricchita dello scambio con gli altri, si è arricchita di significati e comincia a diventare linguaggio comune di quella relazione. L’immagine è quindi accompagnata dal linguaggio e dalla narrazione ma, nel confronto con la “vista” dell’altro, diventa metafora per un significato più ricco e sfaccettato, che poi produce nuovo linguaggio e nuova narrazione. Questa metodologia ha ovviamente dei risvolti interessanti sia nei processi terapeutici (per la valenza stessa che ha il significato e la complessità della ri-narrazione) ma anche nei processi valutativi, proprio per quella specifica dinamica che è alla base stessa della valutazione come sopra abbiamo ricordato. Scegliere di lavorare con le immagini vuol dire, però, anche entrare in una dinamica per la quale anche il linguaggio si trasforma rimanendo influenzato proprio dalla potenza delle immagini. Quindi anche il linguaggio dell’operatore subisce una trasformazione necessaria e coerente incominciando a volte a produrre, in quella relazione delle parole-immagini, delle vere e proprie metafore che poi viaggiano all’interno della relazione, e negli anni, senza poterle determinare o gestire del tutto.


4. La storia della famiglia adottante come processo di costruzione di un’identità familiare

L’approccio relazionale permette di inquadrare l’evento dell’adozione in una storia il cui intreccio costituisce la struttura emotiva della famiglia. L’evento dell’adozione, cioè, va a inserirsi nella storia della famiglia, assumendo significati e funzioni di volta in volta diversi. Abbiamo allora bisogno di cogliere come la storia familiare si sia sviluppata nelle generazioni precedenti di ognuno degli individui formanti la coppia e come si è intrecciata nella loro storia coniugale. Il fatto di tracciare la propria storia familiare, attraverso le fasi del ciclo vitale e attraverso l’atto di disegnare, anche materialmente, distanze e vicinanze, ricorsività e abbandoni, oltre a favorire la conoscenza della propria storia permette di condividerla con l’altro. Ne nasce così l’individuazione di un intreccio che, partendo dalle storie individuali, converge poi, attraverso il loro matrimonio in una storia comune. Alcuni modelli familiari o genitoriali, alcune esperienze vissute come figli o come nipote, alcuni miti familiari, alcune avventure o disavventure storiche filtrate dalle famiglie, si riaffacciano sul palcoscenico della relazione tra i coniugi. Da quel punto in poi gli eventi, le figure, i significati, rimangono all’interno della relazione come immagini che si sono prodotte nel narrare la storia stessa. Quello che chiamiamo intreccio proprio della storia, in definitiva altro non è se non la struttura emotiva stessa della famiglia, è lo spazio che si è venuto a creare tramite i vissuti personali espressi e non, e la loro conoscenza (mai data una volta per tutte) ne determina una delle valenze del sé.


5. L’immagine della famiglia adottante come esperienza di costruzione di un ‘prima’ che attende il ‘dopo’ per completarsi

L’adozione è un evento critico che si pone tra un “prima” ed un “dopo”: il “prima” è assai diverso tra i soggetti coinvolti, mentre il “dopo” può essere condiviso. Da una parte la condivisione non è scontata, dall’altra l’evento può essere vissuto come un punto zero da cui partire. Il “prima” agisce potentemente in ogni membro e negarlo non fa che rinforzare le reciproche fantasie di rifiuto, negazione, incapacità, colpa e vergogna, andando a coprire gli eventuali comportamenti disfunzionali – che sono invece propri di quella famiglia, di quella storia, di quell’intreccio – o indebolire le risorse di quella specifica famiglia. Ripercorrere e in qualche modo ri-narrare la storia alla ricerca di un intreccio significa andare a legare ciò che per anni è rimasto slegato e ha vagato perso nel contesto familiare [1]. Sapendo questo, non possiamo esimerci dal percorrere, nel processo di valutazione all’idoneità adottiva, quella parte di storia che rappresenta il “prima” come struttura che influenzerà il poi, al di là dell’evento adozione in sé. Quindi restituire alla coppia che chiede l’idoneità, la sua storia e l’intreccio che li porta qui e ora, vuol dire dare l’immagine di alcuni loro nodi cruciali, dei rischi e delle loro potenzialità; vuol dire restituire le possibili influenze sul dopo e quindi da una parte individuare, come operatori e specialisti, gli elementi per produrre una valutazione da rimandare al Tribunale, dall’altra individuare, nell’incontro con i coniugi, le parti in ombra o poco illuminate o riflettute della loro storia. In questo senso il prima che viene ri-costruito nell’incontro di valutazione è un prima che necessita di un dopo per completarsi. Non sono estranee a questa considerazione, le metodologie del lavoro del gruppo milanese della Palazzoli Selvini [2], che si rifacevano alle domande ipotizzanti, nel lavoro di selezione delle coppie adottive. Ma qui intendiamo andare oltre ed evidenziare la trama stessa della struttura emotiva del sistema familiare allargato e vederne la problematicità e quindi i lati aperti, fonti allo stesso tempo di rischi e possibilità. In questa ottica, la storia della coppia (ovvero l’assetto collusivo sulla base [continua ..]


6. La genitorialità adottiva

Poiché i coniugi non si sono ancora trasformati in genitori, è difficile abbiano sviluppato capacità genitoriali suscettibili di essere misurate e valutate nel momento in cui si snoda l’indagine di coppia. Quindi ciò che viene effettivamente indagato è il potenziale di sviluppo di tali capacità, che sicuramente ha molto a che fare con le caratteristiche personologiche di ciascuno, con la storia personale e di coppia. Nell’indagine ci serviamo di descrittori di quali sono i bisogni irrinunciabili dei bambini e quali quelli irrinunciabili dei bambini abbandonati, di cui offriamo di seguito una sintesi [4]. Funzioni genitoriali Funzioni genitoriali adottive FUNZIONE NUTRITIVA capacità di entrare in risonanza affettiva con l’altro senza esserne inglobato; l’interazione con il mondo degli adulti è guidata in modo principale dalla ricerca di emozioni positive da con-dividere. Capacità di sviluppare una relazione di attaccamento con un bambino non generato da sé, e quindi estraneo. FUNZIONE PROTETTIVA è la funzione tipica del caregiver che consiste nel­l’offrire cure adeguate ai bisogni del bambino. Amare anche con il corpo. FUNZIONE DIFFERENZIALE capacità di permettere al bambino di uscire da una relazione diadica per sperimentarsi in rapporti diversi con persone differenti, come con l’altro genitore o con altri membri del circuito familiare. Sentire le differenze come un dono (congettura immaginativa).   FUNZIONE NORMATIVA capacità di porre dei confini flessibili di regole di setting tali da permettere al bambino di fare esperienza e di creare le premesse per la propria autonomia. Plasticità individuale e di coppia nel tollerare le oscillazioni evolutive e antievolutive del bambino deprivato. FUNZIONE RAPPRESENTATIVA capacità di modificare continuamente le proprie rappresentazioni in base alla crescita del figlio e dell’evolvere delle sue interazioni, facendo nuove proposte o sapendo cogliere dal figlio i suoi nuovi segnali evolutivi. Capacità di tollerare la frustrazione e di costruire aspettative su un figlio che potrebbe solo in parte riparare le carenze pregresse. FUNZIONE TRANSGENERAZIONALE rimanda ai rapporti tra generazioni (dove c’è l’im­missione [continua ..]


7. La valutazione ed i criteri predittivi

Da queste riflessioni teoriche discendono i criteri predittivi di cui occorre munirsi, se vogliamo che la nostra valutazione sia il più possibile oggettiva. Troppe volte il senso comune degli operatori prende il sopravvento a causa del coinvolgimento emotivo proprio del colloquio con i genitori, andando a produrre sensazioni o peggio pregiudizi che inficiano di fatto la valutazione stessa. Affidarsi a dei criteri invece permette, una volta raccolti i dati estrapolati dai colloqui, di esaminare questi dati prendendone le distanze e distaccandosi dalla situazione del colloquio, interrogando i dati stessi attraverso la lente offerta dai criteri. È utile che qui siano presentati i criteri predittivi a cui noi facciamo riferimento nella valutazione dell’idoneità: a)  capacità ad incontrare l’altro: la sensibilità e lo spazio interno alla coppia per accogliere l’al­tro ma anche quelle parti del sé del bambino inquietanti e prodotte da esperienze traumatiche; b)  capacità di accogliere aspetti distruttivi del bambino senza pensare che siano un attacco alla propria bontà genitoriale; c)  la capacità di mettersi in gioco e mettere in gioco il legame; d)  capacità di ri-negoziare il rapporto; e)  le qualità comunicative e supportive della madre; f)   il rapporto con le dinamiche del valore/disvalore nel padre.


8. L’immagine della famiglia nel percorso della nostra esperienza

La metodologia che oggi presentiamo ha fatto negli anni tutto un suo percorso, frutto di influenze diverse ma anche di riflessioni personali e di gruppo all’interno dell’incontro tra gli ope­ratori dei vari Centri Co.Me.Te. I Fase. Nel percorso di valutazione di idoneità di coppia all’adozione, una prima fase riguarda l’indagine della scelta adottiva. Indagare tale area con entrambi i coniugi significa indagare l’e­laborazione interna del fallimento e della rinuncia al figlio naturale e tutte le emozioni e i sentimenti ad essi connessi. Bisogna capire se la scelta adottiva, che giunge quasi sempre alla fine di una lunga sofferenza, non sia il prodotto della negazione della propria sofferenza, il tentativo ultimo di cancellare il proprio limite. Dovrebbe corrispondere al superamento dei conflitti e dei sentimenti negativi dopo averli lungamente riconosciuti ed accettati come parte della propria storia di vita. II Fase. Il genogramma trigenerazionale, fatto in presenza dell’altro/a, rappresenta uno dei modi di narrarsi che la terapia sistemico-relazionale ha sempre sviluppato, per necessità e forse per passione. “Narrare” potrebbe essere considerato uno dei tanti sinonimi della parola “uomo”, come genere, come specie animale, addirittura. In fondo, narrare una vicenda è sempre narrare la “propria” vicenda, in quanto mai succede che due o più persone presenti raccontino la stessa storia. La narrazione quindi è sempre, e necessariamente, la “propria narrazione”. C’è un rapporto di reciprocità tra narrazione e struttura del pensiero e l’una serve all’altra. Narrarsi all’altro, quindi, vuol dire esporre la struttura del proprio pensiero (o almeno una sua parte o una sua forma tra le possibili). Per questo la narrazione ha anche il fine, più o meno consapevole, di influenzare gli altri, ma al contempo ci aiuta a dare una forma alla propria storia, che a volte preme, confusa, dentro di noi. I cognitivisti (o almeno nell’approccio post-moderno) ritengono che all’interno della relazione in cui uno narra all’altro, avviene una co-costruzione della storia che appartiene a entrambi o in altri termini una costruzione sociale. In sintesi potremmo definire ogni narrazione un incontro: –    incontriamo l’altro nella sua storia, [continua ..]


9. Conclusioni

In ambito psicogiuridico, a livello operativo il metodo di selezione della coppia adottiva che utilizziamo ha contorni ben precisi, con colloqui sul percorso svolto e sulla nascita e sviluppo della scelta adottiva, sulla storia individuale di ciascuno alla presenza dell’altro (genogramma trigenerazionale), e un incontro rivolto al collage sul concetto di famiglia, poi insieme discusso e rielaborato. Viene poi indagata l’area della genitorialità adottiva attraverso l’indagine delle funzioni genitorali (adottive) sulla base di quelli che sono considerati i bisogni irrinunciabili dei bambini (nel­l’adozione). Pensare alle competenze genitoriali in assenza del bambino (creatore dei genitori) vuol dire confrontarsi con dei criteri che assumiamo “predittivi”, estrapolati dalla letteratura specialistica e scelti con un’operazione selettiva che rappresenta, ovviamente, un punto di vista (che non sarà mai unico o esaustivo) ma che ha il pregio di dare dei precisi punti di riferimento per una posizione chiara, anche se ovviamente discutibile. Dobbiamo quindi fare in modo che i dati emergenti dalla nostra valutazione attraverso la presentazione della soddisfazione, o meno, dei criteri sopra descritti, permettano il dibattimento tra le parti coinvolte nel processo di concessione della idoneità, proprio per rispettare lo spirito del giusto processo e non lasciare che la consulenza del tecnico passi avanti alle responsabilità e al ruolo del giudice e del Tribunale. Perché questo funzioni si deve costruire una relazione con le coppie adottive che le metta a loro agio affinché superino l’iniziale diffidenza verso un altro operatore che valuta, o peggio giudica, per ottenere maggiore collaborazione e disponibilità a mettersi in discussione. Infatti se il viaggio non è la strada ma è come la si percorre, ed è, infine, l’incontro che facciamo in questo viaggio, allora il “processo” di valutazione non sta solo nella scelta di strumenti adeguati: sta piuttosto nella relazione che riusciamo ad instaurare con quella coppia. Certo, la metodologia con la quale ci avviciniamo e cerchiamo di creare collaborazione non è certo indifferente, ma gli strumenti rimangono solo e soltanto strumenti. Per questo ci preme ribadire che la possibilità di “comprendere” risiede non tanto nelle risposte date [continua ..]


NOTE