Rivista AIAF - Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minoriISSN 2240-7243 / EISSN 2704-6508
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Storie di dislessia (di Enrica Cusin, Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche)


L’autrice spiega che cos’è la dislessia, uno dei principali disturbi specifici dell’apprendimento, narrando la propria vicenda personale e quella di alcuni altri studenti. Il linguaggio è quello colloquiale e franco della conversazione che agevola la comprensione immediata delle caratteristiche delle persone affette da DSA che, se ben orientate, supportate e tutelate possono trasformare una “diversità” in una risorsa.

The author explains what dyslexia, one of the leading specific learning disabilities, is, recounting her own experience and that of some other students. The language is colloquial and frank, a conversation that facilitates imme­diate understanding of persons suffering from a specific learning disability who, with proper guidance, support, and protection, can transform a “difference” into a resource.

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1. Che cos’è la dislessia? Cercherò di rispondere a questa domanda raccontando delle storie ... in primis la mia. Forse vi sarà capitato di sentire o di dire la frase: «Dislessia portami via». Una rima simpatica spesso usata dai non dislessici per fare una battuta su un errorino commesso. Penso che ogni dislessico preferisca la frase “dislessia vattene via” perché la dislessia rende diversi, fa fare fatica, spesso crea frustrazione sia per il dislessico che per la sua famiglia. La mia dislessia si è manifestata all’inizio della seconda elementare. All’epoca non leggevo come la maggioranza dei miei coetanei, facevo molta fatica e anche se mi impegnavo tantissimo i risultati non erano affatto brillanti. I miei genitori si sono accorti che qualcosa non andava e ne hanno parlato con la mia insegnante. Quest’ultima aveva, ovviamente, notato la mia difficoltà, ma sosteneva che si trattasse di una modalità attraverso la quale tentavo di attirare l’attenzione per la gelosia che provavo nei confronti di mio fratellino che era appena nato. I miei genitori non hanno condiviso la spiegazione della mia insegnante perché era loro evidente quanto mi impegnassi, quanto fossi diligente nell’eseguire i compiti e nell’eserci­tarmi a leggere e, pertanto, decisero di portarmi da uno specialista. La prima diagnosi che mi è stata fatta evidenziava che non vi erano disturbi o deficit cognitivi né neuromotori, bensì un disturbo aspecifico di letto-scrittura non inquadrabile come dislessia. È comunque iniziato un lungo periodo di intervento logopedico che ho odiato profondamente perché faticoso, ripetitivo e noioso. Ripensando a quel periodo della mia vita penso che sicuramente debba essere stato un non dislessico a inventare l’alfabeto, perché, diversamente, avrebbe meglio distinto le lettere: la lettera b sembra una d, la lettera q sembra una p! Ho ancora vivido un episodio in cui la logopedista nel tentativo di farmi distinguere la lettera b dalla lettera d mi incalzava dicendo: «Guarda la pancia delle due lettere, la b ha la pancia a destra mentre la lettera d ha la pancia a sinistra!» Facile no? Non proprio ...  io come altri dislessici confondevo la destra con la sinistra e quindi eravamo punto e a capo. La mia logopedista veniva a casa mia due pomeriggi alla settimana e mi faceva scrivere o mi dettava un’infinità di pagine con le stesse lettere o con parole che contenessero doppie, lettere simili e parole contenenti: tr-st-mp-np-gli-li, ecc. Ho vissuto queste esercitazioni come una tortura, mi stancavano moltissimo e al termine dovevo comunque fare i compiti assegnati a casa. Devo tuttavia riconoscere che grazie a quell’alle­namento continuo ed estenuante ho compensato le mie difficoltà e ho appreso a leggere molto bene, [continua..]