1. Premessa-Dati - 2. Lotta alla “trappola d’amore”-prevenzione - 3. Comportamenti “standard” in alcune forme di violenza - 4. Casi: osservazioni in percorsi psicologici - 5. Conclusioni
La violenza prospera nel silenzio. È questo il suo humus ideale. Il tacere, la vergogna, la paura di esporsi, l’incapacità degli “altri” di comprendere e di supportare, la temuta cattiveria “a posteriori” del branco. Sono questi gli elementi che rendono più facile ai violenti perpetuare il loro “patrimonio criminale”. Banale dirlo, ma a maggior ragione la mancata consapevolezza di questo semplice assioma permette il reiterarsi di episodi altrimenti incomprensibili. Pensiamo a quanto si sarebbe potuto fare se, dalla famiglia alle istituzioni locali, si fosse riusciti a far emergere prima il caso di Melito Porto Salvo, esempio perfetto del silenzio contrapposto alla verità, della fuga rispetto alla ricerca della verità e della censura dei responsabili. Rompere il silenzio è dunque il primo passo da compiere per cercare di interrompere il ciclo della violenza che resta una delle principali emergenze sociali del nostro Paese rappresentando un enorme freno alla compiuta crescita – umana, sociale ed economica – della parte maggioritaria degli Italiani. Lo certifica benissimo il Censis. La violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso. 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri. Le donne straniere hanno subìto violenza fisica o sessuale in misura simile alle italiane nel corso della vita (31,3% e 31,5%). La violenza fisica è più frequente fra le straniere (25,7% contro 19,6%), mentre quella sessuale più tra le italiane (21,5% contro 16,2%). Le straniere sono molto più soggette a stupri e tentati stupri (7,7% contro 5,1%). Le donne moldave (37,3%), rumene (33,9%) e ucraine (33,2%) subiscono più violenze. I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Gli autori di molestie sessuali sono invece degli sconosciuti nella maggior parte dei casi (76,8%). Il 10,6% delle donne ha subìto violenze sessuali prima dei 16 anni. Considerando il totale [continua ..]
Senza contare il danno che i minori ricevono anche soltanto nell’assistere in casa a maltrattamenti e atti violenti: un esempio che, tendenzialmente, tenderanno a riproporre nel corso della loro vita. La “lotta al silenzio” va accompagnata da strumenti più attenti tanto sul versante della prevenzione che della repressione. È evidente che bisogna tornare ai banchi di scuola ed intercettare potenziali vittime e carnefici con un’educazione più attenta, con l’affermazione di valori positivi, con un’informazione finalmente reale su tematiche quali affettività e sessualità. Pensare di “rieducare” a stupri commessi è, nel sistema attuale, una pia aspirazione. Bisogna insegnare ai giovani maschi che il branco non è la migliore scuola di formazione possibile; che non sono più tollerate ed ammesse “forzature”; che il rispetto è parte integrante della vita sociale e di coppia in particolare; banalmente, che un no è un no; che non c’è “onore” se il successo, se una conquista, è ottenuta con l’inganno o la violenza. Bisogna insegnare alle giovani donne che la Comunità protegge chi dice “no”, che sanziona il violento, che sta sempre e comunque dalla parte della vittima, che si impegna con tutte le sue forze legali nel prevenire ma anche nella ricostruzione della fiducia, nell’aiutare in un cammino lungo e difficile. Questo, in modo particolare, quando la violenza accade all’interno delle mura domestiche. Oltre l’85% di chi commette un abuso è composto da uomini e la violenza domestica si sviluppa esclusivamente all’interno di relazioni intime, interdipendenti, a lungo termine, in poche parole nelle famiglie, nel luogo che costruiamo per sentirci sicuri, nel luogo che ci hanno insegnato a sentire come il più protettivo, l’ultimo posto nel quale vorremmo o ci aspetteremmo di trovare violenza. La “trappola d’amore” in molte situazioni scatta come se fosse preparata, una trappola fisica, economica e psicologica nella quale davvero il carnefice “ti entra dentro” attraverso una lunga azione: all’inizio la vittima non può accorgersene, e anche quando inizia ad insinuarsi il dubbio o si comprende la portata della minaccia, la reazione è più di passività, di supina accettazione, [continua ..]
Se penso ad una sorta di “protocollo standard della violenza” basandomi sulle storie reali di alcune vittime, a situazioni che ho trovato di persone che sono state “prese”, sia nel reale che nel virtuale da relazioni violente, arrivo a trovare tracce comportamentali ben chiare. La prima fase in molti rapporti di violenza è quella del sedurre e affascinare la vittima, nel farla sentire unica e speciale. Il secondo step consiste nell’isolare la vittima. Spesso il carnefice trova un aiuto inaspettato nella sua stessa “preda” che in qualche modo comunque si sente al centro delle attenzioni, che non coglie di essere invece al centro di una trappola, anzi spesso si sente una donna fortemente innamorata di un uomo profondamente problematico, e di essere l’unica persona al mondo in grado di aiutare un uomo problematico anche proteggendolo dall’invadenza sociale: una “preda” che si isola di più, che non si muove. Più facile di così ... Col tempo, le vittime sentono crescere dentro di loro, in ogni loro azione, qualcosa che affiora e le devasta schiacciandole, la paura: perché è pericoloso lasciare un violento! Perché, l’ultimo step nello schema della violenza domestica è sempre più frequentemente un femminicidio. Ed oltre il 70% degli omicidi per violenza domestica avviene dopo che la vittima ha interrotto la relazione, dopo che se n’è andata, perché a quel punto il violento non ha più niente da perdere. Il carnefice non ha niente da perdere. La vittima, invece, ha tanto, troppo, da perdere: la famiglia da tutelare, i figli, i loro stessi genitori, a volte la facciata sociale, il lavoro. Tutti fattori che prendono il sopravvento nell’ordine delle cose da tutelare rispetto a sé stesse. Altri casi di cronaca evidenziano una “banalità del male” dove il dileggio social è prassi comune, dove si parteggia per il carnefice, dove il pubblico ludibrio colpisce essenzialmente le vittime, dove una sempre più marcata cattiveria sociale trovi nei nuovi strumenti come Facebook o Whatsapp di creazione delle conoscenze e di condivisione delle informazioni, il luogo preferito, l’ultimo – e più profondo e sicuro – rifugio delle canaglie. Anche qui dobbiamo giocare in anticipo: non si può lasciare [continua ..]
Analisi 1 (la fotografia clinica di una vittima H) ... in H si evidenziano episodi di alterazioni della struttura e della forma del pensiero senza allentamento dei nessi associativi. I contenuti, per come sono rilevabili attraverso l’eloquio, appaiono prevalentemente focalizzati su tematiche svalutanti, ricordi, idee ricorrenti di autosvalutazione e di colpa, preoccupazioni per il futuro, ricerca ossessiva di riconoscimento ed accudimento, timore per l’inesorabile decadimento della propria immagine personale e familiare. Il flusso del pensiero, senza dimostrare caratteristiche dissociative, appare facilmente distraibile e condizionabile da input esterni, a testimoniare una facile suggestionabilità. Si rilevano segni oggettivi di vissuti psicologici di attacchi di panico, di ansia, di ansia somatizzata. Più specificatamente si riconoscono, al momento attuale, secondo i criteri diagnostici, disturbi d’ansia come il disturbo da attacchi di panico, fobia sociale, il disturbo post traumatico da stress cronicizzato in conseguenza ad un accadimento emotivamente forte. L’ulteriore esplorazione del vissuto emotivo rileva una condizione di sostanziale vulnerabilità come tratto stabile della personalità, sia come conseguenza psicologicamente derivabile dalle esperienze esistenziali del lontano e recente passato. H non sembra essere stata in grado di elaborare i propri trascorsi emotivi e non è riuscita ad accedere ad un livello di autonomia personale nelle decisioni che riguardano la propria vita quotidiana ed il proprio assetto esistenziale. La personalità ed il funzionamento psichico patologico derivante dal disturbo ansioso, dal disturbo postraumatico da stress e dalla fragilità delle capacità critiche, hanno prodotto una condizione di vulnerabilità, di dipendenza e di suggestionabilità quale stile persistente nelle relazioni e nella gestione della vita quotidiana. Non dimostra di possedere un’immagine realistica di sé, dipendendo dalle abituali figure di riferimento per lo svolgimento del proprio progetto esistenziale rinunciando facilmente alla propria identità ed alla propria razionalità in cambio di un beneficio affettivo. Le fragili caratteristiche di personalità, la modesta capacità critica, inducono H ad assecondare l’interlocutore rivestito di una “qualche autorità”, accettando [continua ..]